Nei dipinti di Lorenzo Vale colgo quella forza e quella delicatezza, quell’intensità e quell’essenzialità che accompagnano anche il gesto poetico nelle sue più alte manifestazioni.
Ed è proprio attraverso le parole dei poeti che tento di avvicinarmi all’opera di Vale. E volutamente scelgo il verbo ‘tentare’, in quanto, come ci ricorda Rilke ‘le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura[1]’.
È una ricerca, un’esplorazione – quella dell’artista- di una realtà che va oltre il visibile: al suo sentire si rivelano analogie misteriose che legano il mondo, come ci ricorda la lirica ‘Corrispondenze’ di Baudelaire:
È un tempio la Natura, dove a volte parole
escono confuse da viventi pilastri
e che l’uomo attraversa tra foreste di simboli
che gli lanciano occhiate familiari…[2]
Ci rammenta Vale, nelle sue opere, con le sue opere, quello che la lirica del grande poeta simbolista sosteneva: la Natura è molto più di uno scenario, di un contesto, è un tempio che rivela analogie misteriose che legano il mondo. Ed ecco che l’uomo-artista riconosce nel suo cammino esistenziale questa arcana corrispondenza tra le cose. L’artista con il dono dell’ispirazione e della capacità di materializzarla con il gesto ‘pittorico’ – su tela – o quello ‘poetico’ – su carta – trova la sua strada in un mondo labirintico, in cui predominano significati più profondi, imperscrutabili dalla ragione, ma ben noti all’anima, a quel ‘sé’ che cerca di trascendere ogni forma di materialismo e dualismo.
Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e oscura
vasta come le tenebre o la luce,
i profumi, i colori e i suoni si rispondono.
E quando mi interrogo sulla ‘natura interiore’, su una possibile essenza, un involucro del sé, di Lorenzo-artista, che procede e avanza nella sua produzione
con tutta l’espansione delle cose infinite
(…) che cantano i trasporti della mente e dei sensi
ecco che la questione diventa filosofica: se tutto è in divenire – come si postula da Hegel in poi, o impermanente come ci ricorda la più antica filosofia buddhista – se la vita è l’ombra di un sogno fuggente come scrive Carducci, se la memoria si sfolla come scrive Montale, se non è possibile trovare un permanente nello scorrere dell’esistenza, allora è proprio in questa apparente contraddizione, in questa presunta aporia che si svela il mistero non rivelato dell’arte. Del sentire l’arte. La risposta è così demandata al fruitoredell’opera, a voiche osservate e ascoltate, che ‘sentite’, in una privatissima interpretazione che non è unica, e proprio per questo è vera.
Francesca Cerno, Scrittrice
[1]Lettere a un giovane poeta, Rainer Maria Rilke, Milano, Adelphi, 2021
[2]Corrispondenze di Charles Baudelaire, da I fiori del male e altre poesie, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1982-1999