Le opere di Lorenzo Vale colpiscono per l’immediatezza e per la mancanza di complessità formale, di una modalità stilistica della costruzione pittorica che richiede un interprete che guidi al senso nascosto in un gesto in cui l’arte – o ciò che si suppone come tale – è quesito informale, meraviglia, intelligenza, trovata o comunque una composizione in cui il senso precede e sovrasta la cosa, ciò di cui si intende dire con tratti, colori, rapporti, equilibri e artifici. Il mio rapporto con le arti si affida alla leggibilità di un mondo che qualcuno mi propone con segni e toni, con parole o note, con la materia, con elementi che riescono a spalancarmi la porta su un universo che non saprei raggiungere da solo e con un tempo che una vita non riuscirebbe mai a contenere. La narrazione è tutto il giudizio che riesco ad esprimere e davanti all’opera, che sia o no d’arte, lascio che sia il racconto a dire di ciò che vedo o leggo o percepisco, sperando che sia un utile filo di Arianna.
Nel caso di Lorenzo Vale ho chiesto un’opinione a Carlo Tessarolo, artista sensibile e colto che mi ha risposto con una sua poesia che disegna in volo il mondo del pittore friulano: “Prendi la roncola e apri / il mio petto, trai il cuore; / vi troverai un ciliegio in fiore, / un filo d’erba, un canto di uccello, / i ronronni di Mitiuska, la compassione, / sono i segni per dire che amo, / che amo in ogni momento, / ad ogni respiro”. Credo che la poesia contenga una chiave di lettura della mostra e un messaggio che suggerisce dirifarsi al testo, alla cosa e alla sua polisemia arricchita o chiarita nella composizione e che si esplicita nel rapporto fra creatore e fruitore. Le opere rimandano agli alberi, a farfalle, a composizioni di fiori esuberanti e uccelli molto colorati, a figure che quasi ostentano un’espressione infantile. Qua e là echi e reminiscenze fatte di teste romane e greche, una pantera che esce da una gabbia, oggetti simbolici come i dadi o un ciondolo. Su tutto, un ordine che tende a creare uno spazio profondo in cui le figure sono distribuite su vari piani accomunati, in qualche circostanza, da una linea curva che vorrebbe essere una strada, un movimento o un percorso, o anche un gioco o qualcosa che riporti alla giostra, alla circolarità. Sono molti i corpi rotondi, tonteggianti e sferici. La sensazione è che ciò che è più importante non sia necessariamente in primo piano. Ma ciò che colpisce dell’opera di Vale è l’atmosfera tersa che è come un invito a guardare, come uno stimolo ad osservare i corpi e gli elementi di cui sono fatti, come a ribadire che ciò che appare è proprio ciò che si vuole mostrare. E mi sembra un gesto creativo coraggioso in questo nostro tempo dominato dalla globalizzazione che è indeterminatezza dei soggetti, presente continuo, crisi dell’appartenenza, assenza di riferimenti in cui riconoscersi, un tempo in cui per continuare ad essere è necessario essere ciò che non siamo.
“Ritorno al testo”, brano a commento della mostra “Sono i segni per dire che amo”,
maggio 2019, Spazio Mac, Micromega Arte e Cultura, campo S. Maurizio, Venezia