Se volessimo dare una ambientazione cinematografica, sarebbe preferibile pensare ai Tre colori: Blu, bianco e rosso (1993-1994), del regista polacco Krzysztof Kieślowski, piuttosto che Bianco, rosso e Verdone 1981 del regista romano. Kieślowski è stato autore anche di un Decalogo, indicazione che ci tornerà utile in seguito. Un motivo ulteriore per ancorare il titolo della presente mostra al film del regista polacco consiste nel fatto che a Nottingham la locale squadra di calcio, il Nottingham Forest, ha adottato come colore della maglia quello che ha chiamato il rosso Garibaldi. Esistono vari tipi di rosso: cremisi, pompeiano, granata, corallo, lampone, ruggine, mattone, porpora, borgogna e garibaldi. Tutt’ora i fans della squadra si autodefiniscono “Garibaldi Reds”. Bianco blu e Garibaldi suona pertanto come blu, bianco e rosso, cioè come il film, o come la bandiera francese. Mi rendo conto che è scorrettissimo presentare una mostra d’arte facendo ricorso alla storia del cinema, cioè ad un’altra arte. E questo non è neppure l’ultimo dei problemi da risolvere in via preliminare. In via preliminare bisognerebbe infatti rispondere ad un quesito ben più radicale, e cioè: che cosa può la parola introduttiva di una presentazione di fronte all’immagine? Perché l’immagine, cioè la pittura ha bisogno di introduzioni? Il problema era già stato sollevato dal filosofo francese Jean François Lyotard quando, prima ancora del libro sulla postomodernità, aveva iniziato a riflettere con Discorso, figura del 1971 sulla legittimità della riduzione dell’arte, cioè del figurale, al logos, cioè al discorso. Sull’onda di una analoga riflessione di Derrida, anche lui filosofo francese, svolta rivendicando le ragioni della scrittura sulla phoné e sul logos, Lyotard poneva il dubbio che l’arte avesse bisogno della parola per presentarsi e difendersi. Voglio restare in Francia. Più o meno negli stessi anni si sviluppava anche la feconda riflessione di Gerard Genette, che ha scritto due volumi fondamentali Sull’opera dell’arte (1994-1997), il cui primo è intitolato Immanenza e trascendenza, una coppia che ritroveremo, sui palinsesti e sulle soglie. Palinsesti e soglie che sono altrettanti titoli di altri due suoi studi critico-narratologici. Le soglie a cui richiama Genette sono le introduzioni, le premesse, i titoli di copertina; tutto ciò appartiene al paratesto, sono cioè fuori dall’opera. Le introduzioni, pertanto, sono fuori opera. Se traduco alla lettera, fuori opera diventa in francese hors d’oeuvre, cioè antipasto, e che cos’è l’antipasto se non l’introduzione al pasto? Di nuovo un’introduzione, di nuovo i preliminari. In realtà, come si può facilmente constatare, questa presentazione-introduzione-preliminare, anzi questo vernissage è stato preannunciato dal volantino di invito, che è già di per sé un paratesto o un pre-testo, come un dialogo. Ma un dialogo è già sempre in medias res, è già oltre l’introibo. Pertanto non ci sarà dialogo. Questo non è un dialogo, ma un monologo: è il monologo dell’altro, cioè il discorso del (presunto, supposto, sedicente) critico, il discorso dell’introduttore, sull’opera. Dovrei dire sulle opere, ma in realtà, e questo faceva parte del gioco, faceva parte dell’intesa con l’artista, io, prima di stasera, delle opere esposte, conoscevo, per contratto di introduzione, solo quella che è riprodotta sul volantino. Anche qui ci sarebbe un legame con il cinema. Questa volta con quello di Lars von Trier. Il regista danese con il famoso decalogo di Dogma 95 consigliava di porre delle limitazioni per girare dei film. Per esempio: 1) Le riprese vanno girate sulle location. Non devono essere portate scenografie ed oggetti di scena; 2) il suono non deve mai essere prodotto a parte dalle immagini e viceversa. La musica non deve essere usata a meno che non sia presente quando il film viene girato; 3) il film non deve svolgersi davanti alla macchina da presa. Seguono altre sette indicazioni, per lo più negative, come il decalogo appunto: la teologia negativa del cinema.
Il dogma che abbiamo concordato io e Lorenzo, la teologia negativa che sta alla base del contratto autore-introduttore, era che non dovevo conoscere le opere che avrebbe esposto. Dovevo parlare e introdurre la sua arte senza aver visto i quadri. Certo in precedenza avevo visto le altre sue opere, ma non quelle di stasera. E così insomma: al buio, dovevo introdurre le sue, dodici mi ha detto, opere. Al buio dovevano svolgersi i preliminari. Poiché però è da un po’ che guardo, osservo e, dovrei dire: spio, soprattutto per quella seminascosta in via del Monte, comunque sia, studio le sue opere, soprattutto quelle di grande formato, il compito (parlare senza conoscere) non risulta essere poi così arduo o impossibile. Per le opere di grande formato intendo soprattutto il sottopassaggio di piazzale Cavedalis, che vedo pressoché ogni giorno, e che non è surnatural bensì subway art, arte sotterranea o della caverna, di 36 metri di lunghezza, e quella (Get up, olio su tela, 2015) esposta da Zanetti in via del Monte appunto a Udine, e subito coperta per i saldi, il che contribuisce ad aumentare il fascino e la curiosità perché è un po’ come se l’opera si nascondesse o si vergognasse di essere messa in mezzo alla merce, benché merce essa stessa, ma di diverso valore e finalità. La finalità dell’opera d’arte ha natura intrinsecamente ambigua perché non è destinata al consumo, e quindi non si esaurisce, pur distribuendo godimento estetico. Mentre essa viene consumata con gli occhi dal pubblico, non si consuma. Proprio come l’uomo che mentre lavora si riproduce. Le merci possono anche dare godimento estetico, esiste pur sempre il sex appeal dell’inorganico, come hanno ricordato, prima Walter Benjamin e dopo Mario Perniola, ma sono destinate ad essere consumate e quindi a sparire. Le opere d’arte si conservano, le merci si consumano. Si può certamente obiettare che certe opere d’arte sono state pensate per il consumo immediato, come è recentemente accaduto, ma il frutto musaceo consumato, e pagato caro, è sempre stato prontamente sostituito. Le opere di Lorenzo Vale non sono fatte per essere consumate. Direi che sono fatte soprattutto per essere pensate. Lo testimonia meglio di tutto le citazioni filosofiche, e non solo, che illustrano e serpeggiano semicriptate nei suoi fiori: dalla Critica del giudizio di Kant al Manifesto del futurismo di Marinetti. Chi ha sottolineato il suo approccio naïve all’arte, non ha forse considerato che nella maggior parte delle sue opere manca scientemente e per una precisa scelta l’umano. Le opere di Lorenzo sono anantropomorfe, l’essere umano, maschio o femmina, semplicemente non c’è o appare sotto forma statuaria o appare raramente, come per esempio in Federico e le tigri (olio su tela applicata su tavola, 2024) o nel recente omaggio a Rubens, Rubens e le foglie gialle (olio su tela, 100×100, ancora in elaborazione) dove però l’umano è vittima di una tigre. Benché pertanto vi sia una profonda affinità tra opere d’arte ed esseri umani, per il fatto che non sono prodotte per il consumo, quando Lorenzo Vale produce le sue opere, esclude preferibilmente l’umano. Anantropomorfismo significa prevalenza del naturalismo e dell’animalismo, cioè preferenza per la vita osservata dal punto di vista delle piante o dal punto di vista degli animali, delle tigri e dei gatti, del suo gatto d’appartamento Leo (nardo), degli uccelli, delle zebre e perfino dei liocorni. L’umano entra solo nelle citazioni di altri artisti, soprattutto nella grafica, nelle acqueforti ma anche nei quadri, oppure come nel caso di ‘Notte di San Lorenzo in Piazza Garibaldi’, (olio su tela, 2025), sotto forma di statua. A voler scherzare ancora col cinema, ci si potrebbe augurare che gli uccelli bianchi di piazza Garibaldi non siano quelli di Hitchcock. Natura naturata e natura animale non sono comunque mai indice di immanenza. L’arte di Lorenzo Vale, anche quando rappresenta la natura punta sempre in direzione di una surnatura o di una sopranatura, che non è però l’umano. Indica un altrove dal qui, un luogo altro, un luogo in altoa cui si sale (Get up), incantati come nel quadro della vetrina di Zanetti, a cui ha accesso solo l’artista, che ha il compito di rappresentarlo e non di dirlo.
Enrico Petris Filosofo e Scrittore, a proposito della mostra ‘Bianco, Blu e Garibaldi’, presso il Vecchio Tram, Udine, 2025